CORAZZATA ROMA
Eccellenza e abnegazione per la Patria

Capitolo I

La Nave

di  DOMENICO CARRO          

Agli ammirevoli Ufficiali del corso «Squali»,
dalle  cui  vivide  e  commoventi  testimonianze
l'immaginario
«Squalo» autore di questo scritto
ha tratto il suo racconto apocrifo  ma veritiero.

DALL'ACCADEMIA NAVALE




Stemma sulla prora della corazzata Roma
con l'emblema ufficiale della Città Eterna
prima e dopo il 25 luglio 1943.

La prima cosa che mi colpì fu il purpureo stemma di Roma sulla prora, quello stesso stemma che, meno di cinque mesi dopo, sarebbe stata anche l'ultima immagine mostrata da quella splendida nave.
Ero molto in anticipo. Il mio treno era arrivato di buon'ora alla Spezia da Roma, ove avevo trascorso la brevissima licenza di sei giorni concessa dall'Accademia Navale alla fine del duro corso triennale che ci aveva iniziato alla carriera degli Ufficiali di Marina. In effetti questo corso si era inaspettatamente concluso con tre mesi di anticipo, costringendoci a ritmi di studio forsennati per affrontare gli esami finali. Ce lo aveva annunciato con l'abituale sussiego il nostro principale (il Comandante alla classe), Capitano di Corvetta Antonio Cordero di Montezemolo, da noi chiamato "il Compasso": la Marina aveva bisogno di noi; dovevamo quindi completare studio ed esami entro una quarantina di giorni, in modo da poter imbarcare a metà aprile anziché in estate. Finalmente ero giunto qui, alla Darsena Duca degli Abruzzi, il 15 aprile 1943, a vent'anni non ancora compiuti, pronto ad assumere il mio primo incarico navale da Aspirante Guardiamarina sulla corazzata Roma. Ma mi trovavo ancora sul molo di fronte, ove avevo accompagnato un amico imbarcato sul Fuciliere, giacché non potevo recarmi a bordo così presto: la tradizione esigeva che ci si presentasse alle otto del mattino ed io non volevo certo iniziare con un passo falso. D'altra parte preferivo aspettare gli altri Squali, i miei compagni di corso, in modo da procedere tutti insieme. Mi soffermai dunque ad osservare col binocolo la nave che mi attendeva.

La vedevo dal mascone sinistro ed era uno spettacolo che toglieva il fiato. Certo, conoscevo già le caratteristiche principali della classe Littorio e ne avevo già viste molte foto, ma la realtà andava ben oltre quanto si potesse immaginare. Non riuscivo a decidere se prevalesse la sicura eleganza della sua linea, la sua mole eccezionale o il suo aspetto possente e temibile. Era una vera e propria fortezza d'acciaio, il cui alto torrione, circondato da una selva di cannoni e mitragliere di ogni calibro, era impiantato su di uno scafo tanto veloce quanto resistente ad ogni arma usata dal nemico. E poi, illuminato dai primi raggi del sole, rifulgeva quello stemma, sul cui sfondo rosso porpora si stagliavano le lettere dorate dell'augusto acronimo SPQR, a ricordare l'ideale legame della nave con la Città Eterna. Ecco qui un singolare privilegio: solo la nave da battaglia Roma, la più grande e potente unità da guerra italiana di tutti i tempi, ostentava quel plurimillenario emblema sulla parte più prominente della prora, in sostituzione del tradizionale stellone portato da tutte le navi della nostra flotta. Doveva peraltro trattarsi di una novità piuttosto recente, perché lo stellone era certamente stato presente anche sulla prora di questa corazzata al momento del suo varo.

Già, il varo … L'avevo visto a Trieste, ove ero andato in gita nell'estate che precedeva il mio ingresso in Accademia. Si era trattato di un evento grandioso, coinvolgente e memorabile. Chi potrebbe mai dimenticarne la data? Sotto lo sguardo ammirato della sua madrina, la principessa Sofia, moglie del Governatore di Roma Gian Giacomo Borghese, la nave era stata varata il 9 giugno 1940, cioè proprio alla vigilia dell'entrata in guerra dell'Italia. Da quel momento in poi, essendo iniziate le ostilità contro Francia ed Inghilterra, il massimo sforzo della Nazione era stato indirizzato verso le esigenze belliche nei vari teatri operativi. Tuttavia l'allestimento della corazzata Roma non aveva subito alcun rallentamento; anzi, esso si era svolto ad un ritmo più serrato di quello registrato per le altre due unità della stessa classe che l'avevano preceduta – Littorio e Vittorio Veneto – pur conferendo alla nuova nave da battaglia delle caratteristiche ancor migliori, oltre ad un maggior dislocamento. A questo proposito, prima di continuare il racconto del mio imbarco, mi sembra utile fornire qualche informazione preliminare sul Roma.

IL ROMA NELL'ADRIATICO

Si, lo so, voi dite normalmente "la Roma", così come "la Vittorio Veneto" o "la Conte di Cavour", perché pensate alla "nave" o alla "corazzata", sostantivi chiaramente femminili. Ma nella nostra Marina le navi sono sempre state chiamate al maschile (il Vittorio Veneto, il Garibaldi, il Cavour, il Vespucci) anche quando portano dei nomi di per sé femminili: il Gorizia, il Minerva, lo Sfinge, il Baionetta, ecc. Dobbiamo quindi continuare a dire "il Roma", come abbiamo sempre fatto, senza indulgere ad un certo andazzo più recente, dimentico delle tradizioni. A Trieste, come stavo dicendo, l'allestimento della nuova nave da battaglia era stato condotto a ritmo serrato e con la sicura e rinomata maestria dei Cantieri Riuniti dell'Adriatico. Dopo solo un anno e cinque mesi, il Roma aveva potuto effettuare le sue prime navigazioni autonome: il 9 novembre 1941 era salpato da Trieste per trasferirsi a Venezia, dovendovi effettuare dei lavori in bacino, ed era poi tornato al cantiere il 14 dicembre. Per i trasferimenti il Comando Superiore in mare era stato assunto dal Capitano di Vascello Gaetano Catalano Gonzaga, Duca di Cirella, di Majerà e di Grisolia, padre del mio compagno di corso Ruri. Da quest'ultimo appresi poi che, in quell'occasione, suo padre aveva effettuato delle prove di velocità, superando ampiamente i 32 nodi, contro i 30 attesi. Fino allora, fra le navi in servizio nelle maggiori marine militari del mondo, nessuna corazzata era mai stata così veloce.

Ma la velocità era solo una delle molte caratteristiche avanzate di questa nave. Vi era innanzi tutto il suo poderoso armamento, che includeva dei cannoni eccellenti, tutti progettati pochi anni prima dall'Ansaldo e costruiti dalla stessa ditta e dalla O.T.O. (Odero Terni Orlando). I nove cannoni da 381/50, montati in tre torri trinate corazzate, avevano una gittata massima 42,8 km, superiore a quella dei 381 di tutte le altre marine, superiore anche a quella dei 406 statunitensi (40 km), e perfino a quella dei giganteschi 460 giapponesi della Yamato (42 km); la considerevole potenza dei nostri 381 conferiva ai proiettili una traiettoria molto tesa ed un superiore potere di penetrazione. I dodici cannoni da 152/52 erano ripartiti su quattro torri trinate, che risultavano tra le più moderne e funzionali dell'epoca; grazie alle loro elevate prestazioni ed affidabilità, questi impianti venivano utilizzati sia per il tiro antinave, sia per il fuoco di sbarramento contro i micidiali attacchi degli aerosiluranti. I dodici cannoni antiaerei da 90/50, disposti in impianti singoli ai due lati del torrione, erano quanto di più avveniristico si potesse immaginare in quegli anni, poiché le loro torri - protette da uno scudo avvolgente ed aventi un peso complessivo di circa 20 tonnellate - erano completamente stabilizzate da un sistema giroscopico automatico che compensava i movimenti di rollio e beccheggio della nave: la genialità della loro progettazione era venuta a capo di un problema tutt'altro che facile da risolvere con le tecnologie elettromeccaniche dell'epoca, realizzando quest'arma che si dimostrò potente, precisa e di notevole affidabilità. Un'analoga stabilizzazione era anche stata fornita alle relative stazioni di direzione del tiro (SDT). Le centrali di tiro, tutte di tipo elettromeccanico, avevano raggiunto una complessità e delle prestazioni di tutto rispetto, essendo anche state oggetto di specifiche migliorie scaturite dagli studi dell'ammiraglio Bergamini, il futuro Comandante in Capo delle Forze Navali da battaglia.

Molte altre caratteristiche della nave raggiungevano dei livelli di assoluta eccellenza. Mi limito ad accennare qui solo alcune di esse. La corazzatura della nave, realizzata con piastre di acciaio di elevata qualità, di considerevole spessore e dotate di un'innovativa inclinazione sulle fiancate dello scafo (le altre marine le lasciavano verticali), assicurava all'unità un validissimo scudo contro i proiettili navali nemici. La protezione contro i siluri era affidata ai geniali Cilindri Pugliese, che, disposti lungo l'ampia intercapedine esistente tra lo scafo interno e la murata esterna, consentivano di assorbire le esplosioni dei siluri e delle mine, limitandone considerevolmente i danni. Per la radiolocalizzazione delle navi ed aerei nemici era stato messo a punto il radiotelemetro EC-3/ter, meglio conosciuto con il nome convenzionale di Gufo, la cui installazione era prevista su tutte le corazzate e le altre principali navi della flotta; si trattava del radar italiano, che aveva ormai raggiunto delle prestazioni nominali ottimali per la tecnologia dell'epoca: circa 16 miglia nautiche (30 km) di portata per la scoperta navale e 43 miglia (80 km) per quella aerea. La ricognizione aerea poteva essere effettuata dai tre velivoli imbarcati, lanciabili dalla catapulta presente a poppa; gli aerei in dotazione erano di due tipi: l'idrovolante Ro.43, biplano e biposto, di costruzione I.M.A.M. (Industrie Meccaniche Aeronautiche Meridionali), era un velivolo da ricognizione marittima molto maneggevole, che aveva già svolto un'intensa e proficua attività durante le precedenti operazioni belliche; il velivolo da caccia Re.2000 "Falco", monoplano e monoposto, costruito dalle OMI-Reggiane (Officine Meccaniche Reggiane), poteva essere impiegato sia come ricognitore che come caccia in funzione antiaerosiluranti. Le sistemazioni di bordo del Roma erano estremamente curate anche per il benessere dell'equipaggio: i marinai non dormivano più nelle vecchie amache, ma su vere e proprie brande, disposte in locali bene arredati e riscaldati con termosifoni; essi disponevano inoltre di un'infermeria attrezzata come i migliori ospedali, di una mensa moderna dotata di una macchina che lavava automaticamente la gamella, di una lavabiancheria e di una stireria; vi erano inoltre: bar, gelateria, cinema, sala biliardi, sale di lettura e biblioteche. In quell'ambiente così accogliente, vitale e complesso come una città, non mancava assolutamente niente.


Raffronto fra le tre navi della Marina chiamate Roma
e l'odierna portaerei Cavour, che è di poco più lunga
ma con un dislocamento enormemente inferiore.

Rientrato a Trieste dopo la breve parentesi veneziana, il Roma aveva completato l'allestimento nel primo quadrimestre del 1942. Nel mese di maggio l'unità aveva potuto effettuare le uscite in mare necessarie per i prescritti collaudi, navigando nel golfo di Trieste con un'appropriata scorta navale. Infine, il 14 giugno 1942, a distanza di soli due anni dal suo varo, la nave da battaglia Roma era stata solennemente consegnata alla Regia Marina ed aveva alzato al picco, per la prima volta, la Bandiera con la corona. Contestualmente il comando di questa nuova unità della flotta italiana era stato formalmente assunto dal Capitano di Vascello Adone Del Cima, che ne aveva già seguito l'allestimento. In quel momento tutti ritenevano, a ragione, che il Roma fosse la maggiore corazzata del mondo; e questo primato, che era certamente già stato detenuto fin dal 1940 dalle prime due unità della classe Littorio, non poteva essere messo in dubbio, anche se era già divenuta operativa la Yamato, la prima delle due nuove gigantesche corazzate nipponiche. In effetti i Giapponesi ne avevano tenuta talmente segreta la costruzione, che perfino gli Americani ne erano rimasti all'oscuro, e nulla sospettarono per quasi tutto il 1942; inoltre, anche successivamente e fino al 1945, tutte le fonti occidentali sottovalutarono la classe Yamato stimandone il dislocamento a sole 45.000 tonnellate. Con il senno di poi possiamo comunque dire che, se l'orgoglio per il primato del Roma era a quell'epoca del tutto giustificato, la nostra splendida nave fu comunque una delle più potenti navi da battaglia del mondo, venendo superata solo da unità operanti nel Pacifico: nel 1942 le due Yamato giapponesi (la seconda solo da agosto), nel 1943 le prime due Iowa statunitensi.

SITUAZIONE BELLICA

L'entrata in servizio della corazzata Roma era avvenuta in un periodo bellico rischiarato da vari successi che erano stati conseguiti dalla Marina, inorgogliendoci non poco ed alimentando caute speranze di una positiva conclusione della guerra a breve termine. La celerità era essenziale, perché l'11 dicembre 1941 l'Italia aveva dichiarato guerra agli Stati Uniti d'America. Solo otto giorni dopo, l'audace attacco degli incursori della X Flottiglia MAS penetrati nella base navale britannica di Alessandria d'Egitto aveva privato la flotta inglese nel Mediterraneo delle sue due corazzate (Valiant e Queen Elizabeth). Nel nostro mare, pertanto, il 1942 era iniziato sotto i migliori auspici, ed ogni sforzo era stato poi compiuto per neutralizzare la base di Malta, sottoponendola ai continui bombardamenti dell'aviazione italo-tedesca e bloccando l'afflusso dei rifornimenti all'isola.

A metà giugno, quando il Roma alzava per la prima volta la bandiera della Regia Marina, il grosso delle forze navali italiane, con il concorso dell'aviazione, aveva appena respinto un convoglio britannico proveniente da Alessandria, impedendogli di raggiungere Malta ed infliggendogli severe perdite: due incrociatori, tre cacciatorpediniere ed alcuni mercantili affondati, contro una sola nave persa da parte italiana. Due giorni dopo l'entrata in servizio del Roma, la VII Divisione Navale comandata dall'ammiraglio Da Zara, imbarcato sull'incrociatore Eugenio di Savoia, aveva riportato una brillante vittoria navale nelle acque di Pantelleria, attaccando un altro convoglio inglese diretto a Malta e mettendolo in fuga, sebbene questo fosse giunto da Gibilterra scortato da forze ampiamente superiori. In quell'occasione le navi inglesi affondate erano state un incrociatore e sei cacciatorpediniere, mentre una sola nave italiana era stata danneggiata sensibilmente, ma era comunque riuscita a rientrare in porto per le riparazioni.

Un mese dopo, gli Inglesi avevano provato a forzare il blocco inviando nel Mediterraneo un convoglio di quattordici mercantili diretti a Malta sotto la scorta di una forza navale di dimensioni eccezionali: quattro portaerei, due corazzate, una decina di incrociatori, oltre ai cacciatorpediniere ed alle navi minori. Anche in questa occasione (battaglia navale "di Mezzo Agosto") il dispositivo navale della Marina con il concorso dell'aviazione italo-tedesca aveva consentito di frustrare le speranze britanniche, infliggendo al nemico delle perdite ingenti: una portaerei, due incrociatori, alcuni caccia e nove mercantili erano stati affondati; inoltre erano state gravemente danneggiate altre due portaerei, una corazzata, due incrociatori e vari caccia; mentre per noi vi era stata la sola perdita di un sommergibile ed il danneggiamento di due incrociatori.

Nel frattempo, la X Flottiglia MAS aveva avviato una nuova serie di incursioni nel porto britannico di Gibilterra, conseguendo un valido successo il 14 luglio (danneggiamento di 4 mercantili) ed un altro il 15 settembre (un mercantile affondato). La stessa Flottiglia aveva iniziato ad operare vittoriosamente anche in Mar Nero e sul Lago Ladoga, con dei MAS, dei minisommergibili ed altri mezzi navali, quale concorso alle operazioni in Russia contro Sebastopoli e Leningrado. La Marina, peraltro, proseguiva il proprio impegno anche in Atlantico dalla base di Bordeaux (Betasom) con i nostri sommergibili oceanici che, sfruttando la loro maggiore autonomia rispetto a quelli tedeschi, spingevano le loro missioni verso le coste americane e nelle acque dell'Africa australe; altri nostri mezzi navali continuavano ad operare nell'Oceano Indiano ed in Estremo Oriente.

IL ROMA NELLO IONIO

Prima di raggiungere la base navale di Taranto, il Roma aveva trascorso la prima parte dell'estate a Trieste, nel cui golfo aveva effettuato varie uscite in mare con esercitazioni di tiro diurno e notturno, prove dei nebbiogeni e diversi lanci con catapulta degli idrovolanti Ro.43, poi recuperati con l'apposita gru dopo il loro ammaraggio. L'unità aveva infine lasciato Trieste il mattino del 21 agosto e, protetta dalla scorta di quattro cacciatorpediniere (Ascari, Bombardiere, Fuciliere e Legionario) e di aerei antisommergibile, nonché da un ampio dispositivo di sicurezza che includeva unità di dragaggio, rimorchiatori e ben cinque sommergibili in ascolto idrofonico lungo il percorso, aveva fatto rotta verso sud, affrontando per la prima volta una navigazione in guerra nelle acque dell'Adriatico, del Canale d'Otranto e dell'Alto Ionio, tutte soggette alla minaccia nemica. Nel pomeriggio del giorno successivo era entrata a Taranto, per unirsi alle altre due unità della stessa classe, Littorio e Vittorio Veneto, nella poderosa IX Divisione Navale, costituita proprio dalle tre navi da battaglia maggiori. Successivamente, per quasi tre mesi il Roma aveva continuato ad addestrarsi in porto ed in mare, allo scopo di amalgamare l'equipaggio ed ottenerne una reattività ottimale a fronte di tutte le esigenze operative che l'attendevano. Diverse esercitazioni diurne e notturne erano anche state effettuate nel golfo di Taranto congiuntamente alle altre unità della IX Divisione ed a numerose navi di scorta, conferendo al Comando ed allo Stato Maggiore del Roma la capacità di condurre con sicurezza l'unità nell'ambito di ampie formazioni navali.

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