CORAZZATA ROMA
Eccellenza e abnegazione per la Patria

Capitolo II

Battesimo del fuoco

di  DOMENICO CARRO          



DALLO IONIO AL MAR LIGURE

A partire dagli ultimi due mesi del 1942, si erano verificate delle gravi incrinature nell'andamento della guerra, soprattutto per effetto dello sfondamento del fronte italo-tedesco ad El Alamein (4 novembre) e di quello della linea italiana sul Don (21 dicembre). Approfittando delle difficoltà delle forze dell'Asse in ritirata verso la Libia, le forze anglo-americane erano sbarcate in Marocco ed in Algeria (8 novembre), per procedere verso la Tunisia. La Marina italiana era stata allora impegnata in tre diverse direzioni: innanzi tutto fornendo il proprio contributo con i sommergibili e la X Flottiglia MAS; agli attacchi contro i porti algerini e le navi nemiche in essi dirette; in secondo luogo conducendo tempestivamente una riuscita operazione di trasporto e sbarco navale in Tunisia (a partire dall'11 novembre), per predisporre ed alimentare il contrasto all'avanzata anglo-americana; infine eseguendo un contemporaneo sbarco navale in Corsica, per evitare che l'isola cadesse in mani nemiche con grave pregiudizio per la difesa della nostra Penisola. Allo stesso tempo era stato deciso di trasferire la IX Divisione Navale da Taranto a Napoli per assicurare alle tre navi da battaglia classe Littorio libertà di movimenti nel Mediterraneo occidentale, lasciando invece nella base ionica la V Divisione Navale (corazzate Andrea Doria, Caio Duilio e Giulio Cesare) quale forza di dissuasione nel bacino orientale.

Pertanto, nella notte fra l'11 ed il 12 novembre, Roma, Littorio e Vittorio Veneto avevano lasciato Taranto e, con la scorta di tre squadriglie di cacciatorpediniere (11 unità), avevano navigato dallo Ionio verso il Tirreno. All'uscita dallo Stretto di Messina, la forza navale era stata allertata a causa della presenza nemica nel basso Tirreno (aerei da ricognizione e sommergibili britannici in agguato) ed aveva proseguito il trasferimento zigzagando e celandosi con i nebbiogeni. Essa aveva così vanificato due pericolosi attacchi subacquei ed era giunta a Napoli la mattina del 13 novembre senza aver subito alcun danno.


Bombe americane sulla città e sul porto di Napoli.

Ma il battesimo del fuoco della corazzata Roma, doveva avvenire nel porto partenopeo solo una ventina di giorni dopo. Infatti, l'avvenuto insediamento delle forze americane sulle coste nordafricane aveva, purtroppo, consentito al nemico l'uso di aeroporti dai quali i grandi bombardieri quadrimotori statunitensi potevano raggiungere la nostra Penisola. Questa nuova possibilità era stata inizialmente sfruttata proprio contro Napoli, in quanto temporanea sede di una forte concentrazione di navi: oltre alla IX Divisione Navale ed alla sua scorta, vi erano anche quattro incrociatori e molto altro naviglio militare e mercantile. Così, al tramonto del 4 dicembre, proprio al momento del solenne ammaina-Bandiera della festività di Santa Barbara, venti B24 Liberator americani avevano iniziato un violento bombardamento sulle navi e sul porto, da una quota di 6.200 m, per una durata di 42 minuti. All'immediata reazione del fuoco antiaereo delle nostre navi aveva ottimamente partecipato anche il Roma, che si trovava ormeggiato alle boe all'estremità del molo San Vincenzo, ed aveva peraltro già sparato contro dei ricognitori nemici quella stessa mattina e la mattina precedente. Quel primo e tristemente memorabile bombardamento americano sulla nostra Penisola, che aveva provocato l'affondamento dell'incrociatore Muzio Attendolo e moltissimi danni e vittime sulle navi, nel porto di Napoli ed in città, aveva immediatamente indotto Supermarina ad anticipare il già programmato rischieramento della IX Divisione Navale alla Spezia. Pertanto, scortate da otto cacciatorpediniere, le tre corazzate erano salpate da Napoli nella tarda serata del 6 dicembre, per entrare alla Spezia il giorno successivo.

Il 1943 si era poi aperto sotto l'incubo dell'inarrestabile ritirata delle nostre forze dalla Libia, pervenendo infine alla caduta di Tripoli nelle mani del nemico (23 gennaio). La nostra I Armata era quindi passata in Tunisia, unendosi alle forze italo-tedesche già presenti, con il compito di difendere ad oltranza quel territorio, il cui possesso era indispensabile per evitare l'invasione dell'Italia. La Marina partecipava a questa operazione con il proprio Reggimento San Marco (tre battaglioni), che era stato sbarcato in Tunisia nel precedente mese di dicembre, e con la prosecuzione delle sempre più ardue missioni navali necessarie per assicurare l'afflusso dei rifornimenti alla nostre truppe oltremare. In quella situazione, le tre grandi navi da battaglia non avrebbero potuto essere utilizzate nel Canale di Sicilia, ma andavano mantenute in uno stato di piena efficienza e di elevato addestramento per assolvere il loro prioritario ruolo di dissuasione contro lo sbarco angloamericano sulle coste della Penisola: secondo Supermarina, infatti, la sola presenza delle tre unità classe Littorio inibiva tale operazione, poiché questa avrebbe richiesto al nemico un impiego di forze di dimensioni superiori alle sue possibilità. Nei primi due mesi dell'anno, pertanto, le tre corazzate erano state inviate a turno ad effettuare il carenaggio a Genova, il più vicino porto dotato di un bacino sufficientemente grande. Il Roma vi era andato per ultimo, trasferendosi dalla Spezia a Genova il 12 febbraio e compiendo la navigazione di ritorno il 20 febbraio, sempre con la scorta di cinque unità navali e la protezione di forze aeree da caccia ed antisommergibile. L'unità aveva approfittato di questa navigazione per effettuare delle esercitazioni di tiro, ed altre ne aveva poi eseguite il successivo 2 marzo, avendo a bordo anche il Comandante in Capo delle Forze Navali, Ammiraglio di Squadra Angelo Iachino. Quest'ultimo era poi stato sostituito, il 5 aprile, dall'Ammiraglio di Squadra Carlo Bergamini, posto a capo della nuova struttura organizzativa delle Forze Navali da Battaglia (FNB). Il nuovo Comandante in Capo era imbarcato sul Littorio, nave che aveva poi subito alcuni danni ad una torre nel corso del primo pesante bombardamento nemico effettuato sulla base navale della Spezia nella notte sul 14 aprile, la vigilia del nostro imbarco.

L'IMBARCO

Veniamo dunque al momento fatidico dell'imbarco. Eravamo in nove. Nove giovani Aspiranti Guardiamarina, la cui prima destinazione dopo l'uscita dall'Accademia Navale era la più pregiata delle corazzate: nove Squali destinati alla Regia Nave Roma. "Squali", come ho detto, era il nome del nostro corso. Erano ormai dieci anni che i corsi degli Allievi Ufficiali di Marina avevano voluto contraddistinguersi con un nome. A noi era piaciuto chiamarci Squali, perché tutti noi, dal primo all'ultimo, avevamo sperato di essere destinati sui Sommergibili. Eravamo entusiasti dei risultati conseguiti da questi battelli, ad iniziare da quello ottenuto dal Bagnolini affondando l’incrociatore britannico Calypso nelle acque di Creta il 12 giugno 1940, solo due giorni dopo la dichiarazione di guerra. Ambivamo quindi a trovarci anche noi in analoghe situazioni per incrementare con l'azione il bottino della nostra gloriosa componente subacquea, magari nel vasto oceano. Ma le Superiori Autorità avevano deciso diversamente, attribuendoci tuttavia una destinazione decisamente invidiabile e tale da non lasciarci alcun rimpianto.

Dopo aver assistito a capo scoperto all'alza Bandiera, alle otto in punto, sul molo della Varicella a Marola, salimmo celermente le scale del barcarizzo, quasi di corsa com'eravamo abituati a fare in Accademia, e salutammo, uno dopo l'altro, la Bandiera e l'Ufficiale di guardia. Fummo poi accompagnati a presentarci, in alta uniforme, al Comandante in 2a, Capitano di Fregata Ferruccio Cableri, che mise bene in evidenza che si attendeva da noi il massimo sforzo nell'acquisire in brevissimo tempo una piena ed approfondita conoscenza di tutta la nave e dei servizi di bordo. A tal fine, ci confermò che, come ci attendevamo, non saremmo stati subito assegnati ad un incarico specifico, ma avremmo dovuto effettuare una rotazione fra tutti i servizi. Subito dopo fummo presentati al Comandante, Capitano di Vascello Adone Del Cima, che non avrebbe potuto essere più sbrigativo: "Signori, vi auguro buon imbarco! Vadano pure". In effetti non era il momento di perdersi in chiacchiere, poiché ebbi giusto il tempo di andare a poppa, nel camerino a quattro che mi era stato assegnato come alloggio (un "quadratino Guardiamarina"), sistemarvi alla meglio le mie cose, riporre accuratamente la sciabola ma tenermi la sciarpa perché ero già di guardia fino alle ore 16. Appena smontato, ulteriori giri per la nave e tentativo di memorizzare le lunghe ma ermetiche spiegazioni del mio diretto superiore, il Tenente di Vascello Delimiro Medanich, direttore del tiro dei cannoni da 90 di dritta, che intendeva comunicarci per filo e per segno quanto avremmo dovuto fare durante le esercitazioni programmate per l'uscita in mare del giorno dopo.

Il 16 aprile, in effetti, il Roma, con l'ammiraglio Bergamini a bordo, unitamente a Littorio e Vittorio Veneto, con la scorta di sei cacciatorpediniere, la protezione di aerei antisommergibile ed aerei da caccia in alta e bassa quota, condusse una complessa attività addestrativa in mare, con esercitazioni di tiro e di difesa contro attacchi di bombardieri, aerosiluranti e sommergibili. Iniziammo a sparare proprio noi, con i cannoni antiaerei da 90 contro sagome di aerosiluranti, con delle serie di tiro che furono valutate pienamente soddisfacenti. Altrettanto bene andarono i tiri dei calibri maggiori e le altre esercitazioni. Il Roma catapultò per la prima volta un velivolo da caccia Re.2000 "Falco", quale concorso alla difesa anti-aerosiluranti. Tutte queste numerose attività svolte a ritmo serrato e con risultati ottimali accrebbero smisuratamente il già enorme entusiasmo che ci aveva colto fin dal momento della partenza, quando, dopo essere uscita dal proprio recinto di reti parasiluro, la nostra nave aveva iniziato a navigare verso l'alto mare. Avevamo provato qualcosa di simile salpando con le navi-scuola Cristoforo Colombo e Amerigo Vespucci nell'estate del 1941, per la nostra breve crociera in acque nazionali, fra Pola, Fiume, Zara e Sebenico. Ma questa volta non vi era solo il fascino di un'incomparabile esperienza marinaresca, vi era anche tutta la potenza di questa nave straordinaria, che già amavamo ardentemente.

LE BOMBE ANGLOAMERICANE

Nei due giorni successivi mettemmo alla prova il nostro spirito di sopportazione nell'assolvere una moltitudine di incarichi di basso livello che, in porto, venivano normalmente assegnati senza risparmio a tutti gli Aspiranti: posto di lavaggio nei locali più reconditi, turni di guardia di ogni tipo, ma sempre in sottordine ad un Ufficiale più anziano, esercitazioni di tiro e comandate di vario genere. Scoprimmo poi che c'era anche un altro servizio da assolvere di tanto in tanto, quando c'era un allarme aereo, diurno o notturno: toccava trascorrere molte ore sulle bettoline dotate di diffusori di cloridrina, per occultare le navi con l'emissione di nebbie. Potei subito verificare l'efficacia di queste misure: nelle primissime ore notturne del 19 aprile, la nostra base fu oggetto di un secondo bombardamento in grande stile da parte di circa 180 velivoli della RAF, ma il tempestivo allarme permise di realizzare in tempo utile un ottimo occultamento della darsena, limitando i danni alle navi, salvo l'affondamento del cacciatorpediniere Alpino, uno di quelli che ci aveva scortato tre giorni prima. Anche noi contribuimmo alla reazione contraerea sparando con i nostri cannoni da 90 e le mitragliere, e provocando, forse, la perdita di un bombardiere nemico. Era comunque evidente che questi attacchi avessero lo scopo di privarci delle tre "classe Littorio", sempre molto temute dagli Inglesi e sul cui valore dissuasivo Supermarina, a giusto titolo, confidava. Il nostro addestramento alla difesa antiaerea venne pertanto ancora intensificato, sia in porto, sia in occasione di esercitazioni in mare svolte il 15 ed il 26 maggio.


Bombe americane e britanniche sulle corazzate.

Il 13 maggio le nostre forze in Tunisia, dopo una resistenza epica, erano state infine sopraffatte. Ci emozionò l'apprendere che la difesa più ostinata, anche dopo la resa dei Tedeschi, era stata quella dei marinai del Reggimento San Marco, gli ultimi ad ammainare la Bandiera italiana in Africa. Occupata la Tunisia, il nemico poté dirigere contro di noi le missioni dei grandi bombardieri statunitensi, fino allora concentrate sugli obiettivi nord-africani. Alla Spezia, un bombardamento a tappeto estremamente violento venne effettuato il 5 giugno, in pieno giorno, da parte di 120÷140 B-17 Flying Fortress che, procedendo ad alta quota, incuranti della reazione delle nostre armi contraeree, scaricarono in due ondate il loro carico di bombe perforanti e dirompenti da 2000 libbre (908 kg). Una trentina di esse cadde entro un raggio di 100 m dal Roma, ed un'analoga densità si verificò intorno a Littorio e Vittorio Veneto; ma solo quest'ultima e noi stessi venimmo direttamente colpiti, entrambi da due bombe che arrecarono danni ingenti. La nostra nave, in particolare, subì nello scafo due squarci di circa 6 x 5 metri e 8 x 5 metri, provocati dall'esplosione in acqua delle due bombe, una delle quali aveva perforato la prora al di fuori dell'area corazzata, mentre l'altra era caduta direttamente in mare vicinissima alla prora. Per riparare le due navi occorreva inviarle nuovamente nel bacino di Genova, una dopo l'altra: iniziò il Vittorio Veneto, mentre il Roma rimase in attesa, provvedendo a limitare gli effetti delle due grandi falle, che avevano fatto imbarcare oltre 2350 tonnellate d'acqua. Certo era stato un colpo durissimo, ma ci rincuorava la conferma delle straordinarie capacità incassatrici di queste navi.

Dopo la breve parentesi di ufficialità per la visita del Re alla flotta (14 giugno), dovemmo nuovamente aprire il fuoco contraereo per reagire ad un ulteriore attacco nemico recato verso la mezzanotte del 23 giugno da una cinquantina di bombardieri notturni Avro Lancaster della RAF, giunti in alta quota. Due bombe colpirono il Roma nella zona poppiera, provocando danni trascurabili: una semplice scalfittura sulla lunetta di dritta della torre 3 da 381, che rimase perfettamente funzionante, ed un modesto foro nel ponte di coperta. Finalmente, il 1° luglio salpammo dalla Spezia: con l'ammiraglio Bergamini a bordo e con la protezione di dieci unità di scorta, aerei da caccia e velivoli da ricognizione marittima, ci trasferimmo a Genova per entrare in bacino due giorni dopo. Eravamo lì quando anche il porto di Genova venne bombardato (7-8 agosto) e vi rimanemmo fino al 13 agosto, giorno in cui rientrammo alla Spezia per completarvi tutti i lavori, inclusa l'installazione del radiotelemetro Gufo.

LA GUERRA CONTINUA

Nel frattempo, dalla Tunisia il nemico si era impadronito del primo lembo del Suolo Patrio, l'isola di Pantelleria (11 giugno). Il mese successivo erano iniziati gli sbarchi anglo-americani in Sicilia (10 luglio). Contestualmente il nemico avviava una serie di sistematici bombardamenti a tappeto delle principali città d'Italia, ad iniziare dalla Città Eterna, oggetto di un attacco di eccezionale gravità da parte di oltre 660 bombardieri americani sui popolosi quartieri di San Lorenzo, Prenestino e zone attigue, inclusi la Città Universitaria ed il Cimitero del Verano (19 luglio). Il 25 luglio era giunta la notizia della caduta del Fascismo e dell'arresto di Mussolini. Riuniti nel nostro "quadratino", eravamo ovviamente perplessi sulle effettive conseguenze dell'inatteso cambiamento. Ma a toglierci d'impaccio era giunto alle 22.45 il ben noto comunicato radio badogliano con le storiche parole: "la guerra continua e l'Italia resta fedele alla parola data". Sembrò poi che le novità, per la Regia Marina, fossero più formali che sostanziali: la corazzata Littorio andava chiamata Italia, il cacciatorpediniere Camicia Nera diveniva Artigliere, mentre il dicastero della Marina passava da Mussolini all'ammiraglio Raffaele de Courten. La guerra sul mare, in ogni caso, continuava ad essere combattuta con la consueta audacia dalle forze che potevano condurre azioni di sorpresa contro il naviglio del nemico, sebbene questo fosse divenuto ampiamente preponderante.

In agosto effettuammo altre due importanti esercitazioni in mare, il 18 ed il 26-27, dando maggiore enfasi alla difesa antiaerea ad all'impiego della caccia. La consistenza di noi Squali sul Roma era intanto salita a tredici Aspiranti, poiché a Genova ne erano imbarcati uno di Stato Maggiore e tre "pompieri", come chiamavamo quelli del Genio Navale. Essendo anche pervenute dal Ministero le nostre promozioni al grado di Guardiamarina (o Sottotenente, per i tre del Genio), il 22 agosto venne celebrata a bordo la solenne cerimonia del giuramento di tutti noi tredici Squali, nella nostra nuova veste di Ufficiali a tutti gli effetti:

«Giuro di essere fedele a S.M. il Re ed ai suoi Reali Successori,
di osservare fedelmente lo Statuto e le altre leggi dello Stato,
e di adempiere tutti i doveri del mio stato, col solo scopo del
bene inseparabile del Re e della Patria»
.



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