Quaderni della Camera di Commercio Industria e Agricoltura di Taranto - N. 1

Dott. Nicola d'Ammacco

Membro della Giunta della Camera di Commercio
Presidente dell'Associazione dei Commercianti e Rappresentanti della Provincia di Taranto

Il Commercio         
         in Terra Jonica

Taranto, Arti Grafiche Cressati, 1948

INDICE - SOMMARIO

  1. La Marina Militare in Taranto: influenza del suo stabilimento
    sulle variazioni demografiche
  2. Influenza dello stabilimento della Marina Militare nella vita economica
  3. L'attività commerciale durante la guerra
  4. Conseguenze delle limitazioni agli acquisti
  5. La liberazione: influenze economiche e sociali sull'andamento
    dell'attività commerciale
  6. La situazione del commercio dal gennaio 1947
  7. GIi indici delle vendite
  8. GIi indici dei protesti cambiari
  9. Il movimento anagrafico delle Ditte
  10. La crisi in atto: i gravami fiscali
  11. Altre cause di depressione
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Nicola d'Ammacco

PRESENTAZIONE


Notevoli studi hanno recentemente illustrato aspetti particolari dell'economia tarentina. Il Mazzilli, nella rivista che fu edita in occasione della prima Fiera del Mare (Taranto, Arti Grafiche Cressati, 1946), pubblicò una lucida monografia su l'Agricoltura jonica e la sua produzione nel quadro economico. Più recentemente, nella Collana di monografie per l'Istruzione Tecnica in Italia, promossa dal Ministero della P. I., il Bucalo ha trattato de L'Istruzione tecnica nella Provincia di Taranto, e su questo interessante argomento possediamo, così, una esposizione diligente ed un'acuta impostazione di problemi. Largo favore, siccome utilissimi anche per un orientamento pratico, hanno poi incontrato gli Indici delle produzioni agricole in Provincia di Taranto, accurata indagine dell'Ufficio Statistica della Camera di Commercio. Quest'Ufficio viene ora elaborando i dati relativi all'industria edilizia e all'incremento zootecnico.
Per quanto riguarda il vitale settore dell'industria, se ne togli alcuni articoli, spesso pregevoli, di giornali (1), trattazioni organiche, se pur limitate ad argomenti specifici, che io sappia, mancano. E da formulare quindi l'augurio che si ponga mano ad approfondire i maggiori, almeno, fra i problemi che interessano, qui da noi, l'attività industriale, primo fra tutti, sotto il duplice aspetto tecnico ed economico, quello della riconversione o comunque di una diversa utilizzazione di parte degli impianti dei Cantieri già Tosi.

Questo del Dr. D'Ammacco è il primo lavoro che presenti come un panorama della odierna situazione generale del commercio in Terra jonica, delle sue premesse, delle cause remote e prossime della crisi che lo travaglia. E vedrà il lettore con quanta cura e con quanta competenza la trattazione si svolga e i dati forniti all'Autore dal predetto Ufficio Statistica vengano elaborati.
Era impossibile contenere in queste poche pagine anche la esposizione dei tanti altri problemi ed aspetti interessanti il traffico mercantile nell'ambito della provincia nostra: qualcuno di essi, peraltro, vi è accennato, suscettivo di indagine ulteriore e dì sviluppo. Di particolare importanza riuscirebbe, ad esempio, la elaborazione dei dati relativi al volume dei traffici con l'Estero.
Questi argomenti, e simili altri, potranno pubblicarsi nei
Quaderni che esordiscono col lavoro del Dr. D'Ammacco, giudicato dalla Giunta Camerale degno di pubblicazione, e che daranno modo a quanti si interessano al fenomeno economico della Provincia di seguirne il divenire in una visione chiara e il più possibile aggiornata.

Avv. GIUSEPPE ACQUAVIVA
Presidente della Camera di Commercio
Industria e Agricoltura


___________________

(1) RESTA, Navi sugli Scali in Corriere del Giorno del 15-8-48,
     RESTA, Lavoro al Tosi, in Corriere del Giorno del 18-8-948.
Per una rassegna delle industrie operanti in Taranto, vedi Taranto industriale, numero unico edito nel 1946 a cura di Giovanni Acquaviva e di Franco Ferraiolo, pei tipi del Cressati.
Notevole, nonostante le critiche suscitate in alcuni ambienti, Mannarini, La Città delle Industrie, Taranto, Pappacena 1948. E' un progetto-tipo per la costruzione dì industrie a ciclo completo, per la trasformazione di alcuni prodotti e sottoprodotti dell'agricoltura.


SOMMARIO

Il Commercio in Terra Jonica


PREMESSA

L'attuale crisi economica della città di Taranto ha talune peculiarità che la caratterizzano nei confronti di crisi che possono attualmente individuarsi per altre grandi città italiane.
E' opportuno un sommario accenno alle cause che, in ordine cronologico, hanno determinato la nostra struttura economica disequilibrata rispetto a strutture di altri grandi centri italiani.
Non vi è dubbio che l'effettiva situazione di disequilibrio - rispetto a quella che sarebbe stata la situazione presente se soltanto cause naturali avessero operato nella economia e nella composizione professionale della popolazione - è stata sostanzialmente determinata dalla installazione, in questo magnifico porto, della Marina Militare.

Ognuno sa che intorno al 1860 - epoca nella quale la Città contava una popolazione di circa 28 mila abitanti – cioè all'incirca la quarta parte della popolazione compresa nel territorio dell'attuale provincia jonica – le risorse e le iniziative locali determinarono uno sviluppo davvero promettente in attività esportatrici: attività connesse allo sfruttamento dell'agricoltura del retroterra ed un deciso delineamento di traffici tra il medesimo e il porto cittadino per quanto attiene al commercio dei legnami, degli olii, dei vini, della liquirizia e soprattutto di prodotti particolarmente caratteristici quali i mitili, le ostriche e le produzioni di piccole industrie locali.
Le manifestazioni delle iniziative locali e lo sviluppo crescente della vita del porto mercantile indicavano che la prosperità marinara collegata con la viabilità del retroterra avrebbe fatto della nostra Città una delle più fiorenti città mercantili del Mediterraneo centrale.

SOMMARIO

1. LA MARINA MILITARE IN TARANTO. INFLUENZA DEL SUO STABILIMENTO SULLE VARIAZIONI DEMOGRAFICHE.

Siffatta considerazione viene avvalorata dall'esame comparativo fra le distanze, in miglia marittime, di Taranto, di Bari, di Brindisi e di Napoli, per fermarsi a grandi città marinare a noi più vicine, rispetto a Suez e Gibilterra, come appare qui di seguito.

DISTANZE

da:  a Gibilterra     a Suez     In complesso  Differenza
rispetto
a Taranto
Taranto 1.227 1.032 2.259 ---
Bari 1.356 1.142 2.498 + 239      
Brindisi 1.282 1.073 2.355 + 96      
Napoli 1.000 1.200 2.200 - 59      

Come vedesi soltanto Napoli si avvantaggia su Taranto, ed esclusivamente per quanto riguarda Gibilterra. Quel miracolo della natura che è il porto di Taranto si sarebbe attrezzato in maniera adeguata per seguire lo sviluppo della tecnica dei porti similari; e la Puglia non avrebbe avuto bisogno di sprechi enormi di energie per creare porti artificiali fuori delle rotte indicate dalla natura.

La Marina Militare si stabilì in tutta la zona che, con propri criteri, ritenne utile; vi fissò cantieri magnifici ed opere militari cospicue per la difesa della Patria. Tutta un'attrezzatura navalmeccanica vi si venne gradualmente affermando; da vicini ed anche da lontani borghi rurali si riversarono nel centro cittadino braccianti agricoli desiderosi di acquisire redditi fissi In forma di salari. Insieme ad essi, altri aggruppamenti di individui vi si riversarono per vivere ai margini di una economia industriale. L'accrescimento della popolazione industriale in attività esclusivamente navalmeccaniche divenne elefantiaco rispetto al complesso degli individui esercenti un'attività economicamente produttiva.

Nel 1900 la popolazione del centro industriale cittadino si era all'incirca raddoppiata rispetto a quella di quarant'anni prima; in conseguenza, poi, soprattutto dell'ulteriore, spinta ricevuta da un intensificarsi dell'attività industriale dovuto alla prima guerra mondiale, la popolazione cittadina nel 1921 superava già i cento mila abitanti; nel 1936 la popolazione è stata di 118 mila abitanti di cui ben 103 mila nel centro principale. Secondo un aggiornamento, sia pare meramente valutativo, da parte dell'Istituto Centrale di Statistica, la popolazione residente nella Città alla data 1° gennaio 1948 è considerata di 165 mila abitanti ai quali devono essere aggiunti notevoli gruppi di individui con residenza fluttuante, così che il complesso degli abitanti nel Comune di Taranto si può presumere di oltre 200 mila abitanti.
Ma, pur fermandoci alla cifra della popolazione residente secondo la valutazione ufficiale, è un dato di fatto meritevole della più attenta considerazione che la proporzione della popolazione del centro cittadino con caratteristiche squisitamente industriali da poco più di un quinto – secondo il menzionato accertamento intorno al 1860 – è divenuta di esattamente due quinti all'inizio del corrente anno 1948. L'accrescimento impressionante è, come si è accennato, pressoché esclusivamente imputabile alle forti correnti immigratorie dai centri rurali periferici al centro cittadino ed al convogliamento delle medesime in attività strettamente collegate alle industrie navalmeccaniche.
Inoltre, tali correnti hanno gradualmente distrutto la coesione cittadina; hanno disintegrato - provenendo esse in larga parte da zone circostanti economicamente e socialmente arretrate - l'originario raggruppamento etnico cittadino, per via di un declassamento qualitativo.
I nuovi arrivati, inserendosi man mano nel nuovo ambiente fino a costituirne in gran parte l'attuale complesso, paghi della vita cittadina per diversi aspetti da essi ritenuta vantaggiosa rispetto a quella del luogo di origine, furono solo animati dal desiderio di consolidare l'acquisita nuova situazione economico-sociale e rimasero purtroppo spiritualmente estranei ai problemi della vita della città.
Invero la presenza della Marina Militare con le molteplici sue attività e con le opere poderose compiute ha giovato alla Città col determinarne il rapido accrescimento demografico.

SOMMARIO

2. INFLUENZA DELLO STABILIMENTO DELLA MARINA MILITARE SULLA VITA ECONOMICA.

Deve, peraltro, subito osservarsi che se è vero che Taranto, a cagione della presenza della Marina ha assunto, in poco meno di un trentennio, la sua attuale consistenza di città moderna, è pure fortemente presumibile che attraverso il suo porto, posto in favorevoli condizioni naturali, essa avrebbe conseguito una notevole e stabile importanza commerciale: il che purtroppo non è potuto avvenire ché la Marina, per necessità militari, e cioè per la sua stessa presenza, ha sempre imposto particolari restrizioni alla vita economica produttiva.
E' da osservare, poi, che lo spiccato orientamento dell'attività della popolazione economicamente attiva (e di quella, da essa dipendente nella utilizzazione di mezzi produttivi) in un esclusivo settore economico ha gradualmente portato a taluni fatti patologici per la vita economica di un territorio di per se stesso relativamente ristretto: ad esempio lo snodarsi della Città per la lunghezza, ragguardevole, di circa dieci chilometri, dalla contrada Tamburi alla contrada Solito. In conseguenza di codesto orientamento, la vita si è accentrata quasi unicamente verso i centri marinari dell'Arsenale e dei Cantieri Navali, mentre razionalmente essa avrebbe dovuto svilupparsi al centro opposto dell'attuale città, e precisamente intorno al porto mercantile, alla stazione ferroviaria e conseguentemente nell'arco del Mar Piccolo-Cantiere Tosi.

Le iniziative mercantili private, che inizialmente erano in promettente ascesa, sono state in seguito gradualmente scoraggiate. Le limitazioni emanate d'imperio dalle Autorità militari hanno gravato sullo sviluppo delle attività pescherecce; e la nafta ed altri rifiuti scaricati dalla flotta hanno grandemente diminuito la vitalità e la diffusione della mitilicoltura ed ostricoltura del Mar Piccolo.
In definitiva: sembra lecito affermare che tutte le attività della Città hanno gravitato intorno alla Marina e lo artigianato - che anche nelle economie meno progredite può trovare sviluppo - in Taranto si è gradualmente impoverito di elementi ed ha perduto la primitiva originalità per l'avvenuto assorbimento degli artigiani nei cantieri navali ed è stato sostanzialmente declassato.

Le conseguenze di questo stato di fatto che si è determinato e che in un primo tempo aveva dato l'illusione di un benessere permanente sono state ben gravi: l' orizzonte economico della Città ed anzi della Provincia si è fortemente ristretto; abbiamo assistito ad un continuo assottigliarsi delle private iniziative, ad un accrescersi della massa della popolazione senza fervore di vita nuova ma solo aspirante ai salari fissi, ad un aumento continuo di attività marginali per lo scambio dei beni, ad un sempre minore impulso delle attività private economicamente più produttive. In altri termini il potere di acquisto della popolazione si è presumibilmente (e la presunzione indubbiamente trova fondamento nella realtà) assai impoverito rispetto a quello che le passate vicende storiche fanno ritenere che si sarebbe avuto in un comportamento fisiologico dell'economia, rispetto precisamente al comportamento che si presume si sarebbe verificato se le economie cittadina e provinciale non fossero state inalveate in un settore esclusivo dell'attività industriale, qual’è appunto l'attività cantieristica ufficiale della Marina Militare.

La stretta dipendenza dell'intera vita cittadina dalla vita della Marina Militare anche in tempi normali di pace era divenuta tale che per poco che la flotta – quando essa aveva una congrua consistenza – si fosse allontanata per qualche mese dal porto, una paralisi completa del commercio si verificava e si doveva chiedere ai poteri centrali il ritorno delle navi alle basi di partenza. Ma, pur con la presenza della flotta in porto, in realtà non ne conseguiva lo sviluppo di attività produttive, industriali o commerciali, sibbene soltanto quello di attività puramente consuntive: quali ad esempio un intensificarsi dell'attività di esercizi pubblici. I quali non danno un effettivo contributo allo sviluppo della vita economica di un territorio e spesso determinano, anzi, un aumento generale del costo della vita senza portare ad un accrescimento dei redditi globali reali della collettività. In altri termini si è trattato spesso di un ampliamento immediato di scambi punto fecondi.

La localizzazione dell'attività della popolazione in un unico settore industriale ha portato, fra l'altro, alla carenza di traffici marittimi nel porto mercantile: traffici che, comunque, avrebbero dovuto essere gelosamente impediti (come in realtà lo sono stati) da necessità di sicurezza militare. Donde: la quasi scomparsa di commercianti importatori ed esportatori e la inutilità di conservare i magazzini generali che un tempo furono efficace completamento all'operosa attività del nostro porto mercantile.
E', inoltre, un acquisito dato di fatto che le Autorità militari si sono disinteressate delle comunicazioni di Taranto con l'interno e che 18, sui 27 comuni esistenti, non sono collegati a Taranto per via ferroviaria, che è la via economicamente più vantaggiosa soprattutto per lo scambio di merci povere.
A chi ritenesse di potere affermare che è stata la Marina a dare vita al commercio tarantino, si potrebbe rispondere che in realtà è stata proprio essa a deviarne l'espansione naturale verso scambi dì ampio respiro riducendolo ad una mera funzione di distribuzione di beni in una ristretta massa di consumatori.
Per averne la riprova basterebbe dare uno sguardo alla povertà di vie di comunicazione del capoluogo jonico col retroterra; basterebbe osservare lo stato di abbandono delle banchine del nostro porto concesse dalla Marina da guerra alla Marina mercantile; basterebbe considerare lo strozzamento obbligatorio del vetusto ponte girevole, troppo spesso chiuso al traffico; basterebbe, infine, prospettarsi la insufficienza, e la lontananza della stazione ferroviaria dal centro cittadino. Tutte circostanze, queste, che lumeggiano gli ostacoli frapposti al commercio tarantino, nei suoi tentativi di articolarsi ed irradiarsi per terra e nel suo mare.

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3. L'ATTIVITA COMMERCIALE DURANTE LA GUERRA.

Ma se già in periodo di pace Taranto poteva essere considerata dominio della Marina Militare, e tutte le proprie attività civili erano in gran parte subordinate alle esigenze di carattere militare (è noto che le massime Autorità politiche ed amministrative erano, sia pure larvatamente, subordinate a quelle militari), è ovvio che siffatto dominio è divenuto assoluto in periodo di guerra.
In realtà con lo scoppio delle ostilità si è aperto per la nostra Città un periodo assai critico. Come è ben noto, in conseguenza delle necessità di sicurezza per il sopravvenuto stato di guerra, fu condizionato l'ingresso alla Città da un lasciapassare dell'Autorità militare: il che produsse l’asfissia totale del già ridotto traffico cittadino.
L'angusta stazione ferroviaria, che a mala pena assolveva in tempo di pace le occorrenze del traffico civile, fu pressoché esclusivamente destinata a far fronte alle esigenze dei trasporti di carattere militare e tutte le altre esigenze furono considerate d'importanza del tutto secondaria.

Di tale situazione, sempre più aggravatasi con l'andar del tempo, risentirono ovviamente gli approvvigionamenti essenziali alla stessa vita della Città e del suo immediato retroterra. D'altronde, le limitazioni dei consumi imposte dallo stato di guerra sotto forma di contingentamenti e di tesseramento dei prodotti di più largo consumo avevano inferto un colpo assai grave al ristretto commercio cittadino.
Il settore dei materiali da costruzione (specialmente in seguito al divieto delle costruzioni edilizie, dal quale conseguì la paralisi di numerose attività commerciali strettamente legate all'edilizia) e quelli dei carburanti sottoposti a razionamento, del ferro, dei prodotti chimici, dei fertilizzanti ed anticrittogamici, degli automotocicli e di tanti altri prodotti industriali subirono gravissimi danni per le limitazioni imposte dalla condotta della guerra.
Per questa medesima causa si ebbero divieti di pesca che fecero arrestare di colpo il commercio dei prodotti ittici, i quali cominciarono a scarseggiare sullo stesso mercato cittadino. I negozi di merci varie ben presto accusarono mancanza di assortimenti; le scorte delle merci maggiormente richieste non furono generalmente potute reintegrare se non in misura minima, e quasi sempre intempestivamente rispetto alle esigenze del consumo.

I tre grandi settori che rappresentano in massima parte il commercio cittadino, e cioè i settori dei pubblici esercizi, dell'alimentazione, dei prodotti tessili dell'abbigliamento e delle calzature furono sottoposti a prove durissime che ne menomarono grandemente l'efficienza.
I pubblici esercizi, infatti, in seguito alla totale abolizione del caffè – la cui vendita sotto forma di bevanda rappresenta la base della loro attività – ed alle draconiane limitazioni nella confezione della pasticceria e della gelateria (divieto d'impiego di latte, ricotta, uova cioccolato, ecc.) ebbero a subire una crisi senza precedenti al punto che, aziende che normalmente registravano un consumo mensile di parecchie decine di quintali di zucchero, dovettero accontentarsi di assegnazioni mensili di diecine di chilogrammi di tale prodotto di essenziale impiego. Più grave, poi, si presentava la situazione delle aziende di generi alimentari all'ingrosso e al dettaglio in quanto il tesseramento, già in atto dall'inizio delle ostilità, aveva enormemente ridotto i consumi; e il volume delle vendite a prezzi rigidamente controllati si assottigliò e l'ammontare dei guadagni marginali fu scarnito sempre più dall'azione degli appositi Comitati dei prezzi.
Infine, il terzo degli accennati settori e cioè quello delle calzature, dei tessuti e dell'abbigliamento, che per valore di capitali investiti è davvero imponente, dopo aver subito ogni sorta di controlli e limitazioni (ad es. subordinazione delle vendite alla esibizione di documenti di riconoscimento da parte degli acquirenti) fu sottoposto anch'esso al razionamento (previa chiusura obbligatoria dei negozi per circa 40 giorni per provvedere alla compilazione degli inventari). Il ritmo delle vendite fu intralciato da complicate registrazioni che richiesero l'impianto di una contabilità particolare il cui costo venne a comprimere i limitati margini di utile riconosciuti.

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4. CONSEGUENZE DELLE LIMITAZIONI AGLI ACQUISTI.

I consumatori, sorpresi dal tesseramento alle soglie della stagione autunnale (nella quale normalmente si registra una ripresa delle vendite), premuti dalle necessità di approvvigionarsi per il prossimo inverno e d'altra parte allarmati per la prolungata chiusura dei negozi e dalle voci di future più drastiche limitazioni, invasero i negozi di tessuti, di articoli di abbigliamento e calzature, comprando all'impazzata e consumando gran parte dei punti della propria carta annonaria: il che ridusse enormemente le scorte di magazzino e portò ad un accumulo "presso i commercianti" di centinaia di migliaia di punti destinabili all'acquisto presso la produzione di nuove merci a rimpiazzo di quelle vendute: punti che restarono purtroppo inutilizzati. Invero, a primo acchito, sembrerebbe che tutto il sistema del tesseramento, sia pure lento e farraginoso, avesse dovuto, per il suo stesso automatismo, rendere possibile il reintegro delle scorte esitate: invece fu proprio nella fase più delicata ed essenziale del reintegro delle scorte che il commerciante ebbe a subire le più amare delusioni in conseguenza dei seguenti fatti:
1°) lunghi ritardi nella spedizione delle merci, dovuti all'ingorgo, presso i produttori, di buoni di acquisto affluenti da ogni parte d'Italia;
2°) precedenza nei rifornimenti ai commercianti più prossimi alla produzione: il che vuol dire, per altro verso, ritardi frapposti alle consegne o addirittura mancate consegne ai commercianti jonici;
3°) larvato ostruzionismo nelle forniture da parte di molti fornitori risolventesi spesso la richieste di "sottomano" da corrispondersi in loco.

A tali difficoltà, che pure si riusciva quand'anche a mala pena e con enorme dispendio di tempo e di denaro a superare, se ne aggiunse per Taranto una, la cui gravità aumentava in misura sempre più crescente a mano a mano che la situazione bellica nel Mediterraneo si avviava con alterne vicende verso la nota conclusione. Ci riferiamo alle difficoltà dei trasporti ferroviari verso la nostra Città, le quali, in qualche modo superabili all'inizio della guerra, divennero insormontabili negli anni 1942 e 1943, quando cioè la nostra stazione ferroviaria ebbe la funzione esclusiva di transito obbligato di mezzi bellici e di truppe italiane e germaniche dirette in Sicilia per l'imbarco verso i porti africani.
Solo in seguito a speciali richieste al Governo si riusciva a fare giungere nella nostra Città le merci alimentari di immediato consumo.

Tale periodo segnò l'acme della paralisi commerciale della nostra Città: milioni di punti, tramutabili in merci, rimasero giacenti presso i commercianti di calzature, di tessuti e di generi di abbigliamento. Del che tutti gli altri settori commerciali risentirono le gravi conseguenze.
Protestare sarebbe stato inutile e pericoloso ed i commercianti tarantini, pur ricorrendo ai mezzi più impensati per approvvigionarsi dello stretto indispensabile, esaurirono rapidamente le proprie scorte; mentre per i commercianti di altre città la situazione degli approvvigionamenti fu contenuta nell'ambito delle generali difficoltà e del tesseramento.
La popolazione cominciò a ricorrere al mercato nero e non poche categorie di consumatori si riversavano giornalmente nei centri delle province vicine per approvvigionarsi di quanto il mercato cittadino ormai non poteva più offrire!
D'altra parte la decisione adottata dagli Alleati di iniziare su vasta scala massicci bombardamenti aerei su tutto il territorio della Penisola, trovò Taranto, piazzaforte marittima di primaria importanza, maggiormente esposta al pericolo dei bombardamenti. Circa un terzo degli abitanti si era alla spicciolata già trasferito nei centri vicini e dopo il bombardamento del 2 giugno 1942 quasi tutta la popolazione terrorizzata abbandonò in massa la Città. Gli operai disertarono le officine, nei panifici abbandonati si provvide ad impiegare soldati e marinai, i commercianti chiusero anch'essi i propri negozi.

Lo sbarco degli Alleati, avvenuto nel settembre del 1943, trovò una città vuota di abitanti e sprovvista di beni di consumo. I negozi, salvo pochissimi, continuarono a rimanere chiusi e non pochi di essi furono manomessi dai vincitori, con assoluto dispregio delle più elementari norme del diritto di proprietà e del più elementare vivere civile. Interrotti i rapporti col Nord, tutta l'Italia meridionale, tagliata dalle fonti di rifornimento, mise a nudo la tremenda povertà della sua attrezzatura industriale, fino al punto che vennero a mancare gli articoli di più largo consumo: tali ad es. i fiammiferi, i chiodi per calzolai, il lucido per calzature, le lampadine elettriche, ecc. ecc.
Tutto ciò che era rimasto nella zona liberata divenne preda del mercato nero esercitato ampiamente nelle case, nei portoni, dovunque insomma tranne che nei negozi.
Sorse così tutta una categoria di speculatori che si dedicò alla ricerca affannosa di ciò che era rimasto nell'Italia meridionale e che veniva insistentemente richiesto dal consumo. Una qualsiasi merce passava per numerose mani, caricandosi di prezzo nei vari passaggi fino ad arrivare al consumatore a prezzi proibitivi.
Il commercio tradizionale preferì appartarsi in attesa di tempi migliori e moltissimi negozi chiusero o furono ceduti in fitto a nuovi operatori per evitare il pericolo di requisizioni da parte dei vincitori.

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5. LA LIBERAZIONE: INFLUENZE ECONOMICHE E SOCIALI SULL'ANDAMENTO DELL'ATTIVITA' COMMERCIALE

La situazione sommariamente descritta durò fino al 1945, epoca della liberazione del Nord d'Italia.
E mentre dopo tale evento i commercianti, rimasti forzatamente inattivi per ben due anni, si apprestavano a risalire l'Italia per rifornirsi presso le industrie del Nord (in larga parte uscite indenni dal ciclone bellico) e presso i depositi della Lombardia, più o meno forniti di merci a prezzi non inflazionati, fu imposto il "cordone sanitario", sopraggiunse cioè il noto divieto da parte degli Alleati di attraversare la linea gotica.
In effetti questo divieto ebbe una funzione preminentemente economica: ritardare la prevedibile invasione del Nord da parte dei commercianti del Sud monetariamente inflazionato ed evitare l'allineamento su un livello comune delle due economie, la settentrionale e la meridionale, rimaste lungamente separate.

Dopo l'abolizione del "cordone sanitario", successiva alla immissione nella zona liberata di grandi masse di Am-lire, la situazione degli acquisti sul mercato del Nord offriva - nonostante il verificatosi rialzo generale dei prezzi - sensibili vantaggi essendo ancora possibile acquistare - a prezzi non ancora completamente allineati con quelli del Sud - diversi prodotti, specialmente tessili, di antica produzione autarchica.
Il periodo considerato è quello del maggio 1945 e cioè il mese in cui nella nostra Città si sviluppò e prese consistenza sempre più vasta un movimento politico che traendo motivo dalla supposta resistenza di alcuni settori commerciali a praticare larghi ribassi di prezzi su merci ritenute nascoste, ma in realtà inesistenti, obbligò (attraverso ordinanze prefettizie e disposizioni della Camera del Lavoro e del Comitato di Liberazione) i commercianti di calzature, di tessuti e di generi di abbigliamento a:
1°) ridurre i prezzi del 30%;
2°) chiudere i magazzini di vendita (e la chiusura durò circa 60 giorni);
3°) compilare gli inventari delle merci e presentarli alla Camera di Commercio;
4°) vendere, dopo i due mesi di chiusura, le merci inventariate a determinate categorie di consumatori su presentazione di appositi buoni ed a prezzi d'imperio del tutto inadeguati rispetto a quelli determinati dalla situazione del mercato del Nord, che frattanto si era, in quanto a prezzi, quasi del tutto allineato a quello del Sud.
L'intero mercato risentì marcatamente della detta riduzione del 30%.

L'antieconomico decreto prefettizio, provocò un brusco contraccolpo nel settore alimentare che, dopo avere esaurito le scorte, non poté approvvigionarsi sui mercati di produzione; i quali, peraltro, continuarono, per via di appropriati rifornimenti, ad alimentare il fabbisogno delle province limitrofe dove i ribassi erano stati applicati in minore misura e con maggiore ragionevolezza.
E' un dato di fatto, e con ciò non si vogliono stabilire paragoni, che mentre i negozi di Taranto erano costretti a rimanere chiusi (non mancano documenti che attestano che sporadici tentativi di vendita di qualche metro di stoffa venivano immediatamente denunciati alle Autorità e alla Camera del Lavoro), nella vicina Bari il Comitato di Liberazione ebbe con meraviglia a constatare una straordinaria abbondanza di merci nelle vetrine e nell'interno dei negozi nel giorno susseguente alla riduzione dei prezzi decisa per volontà dei commercianti (verbale del Convegno Interprovinciale delle Associazioni dei Commercianti tenutosi a Taranto il 25 maggio 1945).
La situazione della nostra Città, che non aveva riscontro in nessun'altra città della Regione e del resto d'Italia, veniva peggiorando giorno per giorno con episodi di violenza che, non è superfluo ricordare (perquisizioni effettuate nelle abitazioni dei commercianti anche in ore notturne, squadre irregolari per il controllo di prezzi antieconomici nei diversi quartieri della Città, ecc.).
Ci sia consentito, per una adeguata valutazione dei fatti richiamati, la trascrizione del manifesto del 2 luglio 1945, con il quale il Prefetto

" tenute presenti le conclusioni cui sono addivenute le varie commissioni incaricate a suo tempo di stabilire i prezzi e le modalità di distribuzione degli articoli tessili e di abbigliamento esistenti nei vari magazzini e risultanti dagli appositi inventari depositati presso la locale Camera di Commercio;
Considerato che, la poca quantità di merce disponibile, dovuta al mancato normale afflusso dei rifornimenti, rende necessario disciplinarne la vendita;
Ritenuta la necessità di far riprendere ai commercianti la loro attività, interrotta con grave disagio della popolazione; Visto l'art. 19 della Legge Comunale e Provinciale;

ordina

1°) Tutti gli articoli tessili e di abbigliamento, di cui agli inventari depositati alla Camera di Commercio, dovranno essere venduti" a determinate categorie di consumatori, come gestanti, sposi, reduci, ecc. munite di appositi buoni dal "10 corrente dai singoli esercenti ai prezzi di listino concordato e depositato presso la stessa Camera di Commercio e su buoni di acquisto da rilasciarsi da apposita commissione.

4°) La vigilanza ed il controllo, perché i prezzi di vendita al pubblico siano rigorosamente rispettati, sarà affidata ad una apposita Commissione.
5°) E’ consentita la immediata riapertura dei negozi per la vendita degli articoli non inventariati al prezzo del listino concordato "
.

Si chiudeva così, col riconoscimento ufficiale della esiguità delle scorte esistenti presso i commercianti (il totale delle merci risultante dagli inventari consentiva di provvedere al fabbisogno di appena mille persone!), un nefasto periodo della vita economica della Città, gravido di serie conseguenze che danneggiarono in prosieguo di tempo commercianti e consumatori.
I primi, infatti, non ebbero la possibilità di recarsi nel Nord per procedere ad acquisti a prezzi, come si è detto, non ancora del tutto inflazionati; i secondi dovettero approvvigionarsi in seguito, nel pieno del rialzo dei prezzi alla produzione determinato dallo allineamento economico iniziatosi con l'abolizione del "cordone sanitario" ed accentuato da cause molteplici (forti richieste del Mezzogiorno d'Italia e dell'estero, ecc.).
E sorsero così nella massa dei consumatori della nostra Città quei gravi malintesi contro i commercianti che determinarono fino a tutto il 1946 le ricorrenti manifestazioni di protesta contro il progressivo rincaro del costo della vita, del quale venivano ritenuti artefici i commercianti.
Infatti tali agitazioni (alle quali partecipavano in massa le diverse migliaia di operai dell'Arsenale e dei Cantieri Navali) sfociarono spesso in minacce larvate o aperte di rottura di vetrine e di devastazione di negozi.
Esse, peraltro, accadendo per lo più alla vigilia dei rifornimenti stagionali, inducevano i commercianti ad essere parchi negli acquisti: parsimonia esiziale alla ricostituzione delle scorte. Ricostituzione peraltro che già di per se stessa non poteva essere che parziale a cagione degli scarti che la svalutazione monetaria e il conseguente aumento dei prezzi determinavano tra la disponibilità dei segni monetari e il corrispondente potere di acquisto dei medesimi in termini di quantità fisiche delle merci occorrenti a ricostituire le scorte esaurite.

I perturbamenti sociali menzionati influenzarono, infine, ulteriormente il concreto orientamento del commercio cittadino: cioè la riduzione dei margini unitari al minimo possibile per l'abbassamento del potere d'acquisto di una massa di consumatori composta all'incirca dell’80% di persone a reddito fisso.
La forzata rinunzia del commercio cittadino a margini di utile normalmente conseguiti in altri centri di consumo, ottenne finalmente un esplicito riconoscimento da parte di un organo della stampa di estrema sinistra (La Voce del 26 settembre 1946), che dopo la decisione dei commercianti di ridurre i prezzi del 10% scrisse: "Il gesto di solidarietà compiuto dai commercianti tarantini dei settori tessile, dell'abbigliamento, delle calzature e merci varie col ribasso del 10% sui prezzi di vendita, concesso In un momento in cui i prezzi di tutte le merci sono in aumento presso le fonti di produzione, ha riscosso l'unanime simpatia delle classi lavoratrici e degli impiegati".

SOMMARIO

6. LA SITUAZIONE DEL COMMERCIO DAL GENNAIO 1947.


La condotta dei commercianti sta soprattutto a mettere in luce un dato di fatto tipico della nostra Città: lo scarso potere di acquisto delle masse consumatrici e la conseguente necessità da parte dei commercianti di adeguarvi i propri margini di utile.
A tal'uopo un'appropriata dimostrazione è data dall'andamento del numero indice del costo della vita della Città di Taranto: indice che si mantiene nel 1947 e nei primi otto mesi del 1948 costantemente inferiore all'indice nazionale ed a quello di talune grandi città di cui gli indici analoghi sono considerati fortemente rappresentativi dell'intera vita economica. (Tav. I, Fíg. 1).
Detta constatazione in effetto non può farsi se non in relazione - come s'è detto - al basso potere di acquisto dei consumatori e alle basse percentuali di ricarico da parte dei commercianti. Il basso potere di acquisto non consente l'elevamento dei prezzi in Taranto ai limiti esistenti in tutte le altre città d'Italia.

E che l'ambiente economico della nostra Città sia fisiologicamente povero e che sia scarso il potere di acquisto delle masse consumatrici, viene suffragato dall'osservazione dei seguenti fatti :
1°) Sono scarsissime o addirittura inesistenti le vendite di merci di lusso con alto margine di utile (la élite della sparuta categoria dei benestanti - affetta da inguaribile e molto discutibile snobismo - preferisce ancora fare i propri acquisti nelle grandi città);
2°) Si viene sempre più diffondendo il sistema delle vendite rateali senza alcuna maggiorazione di prezzo rispetto a quello effettuato a contanti;
3°) Un grandissimo numero di commercianti dei diversi settori e la quasi totalità dei negozianti di generi alimentari vende a credito con pagamento mensile;
4°) E' unico ed è a basso costo il biglietto d'ingresso nei cinematografi cittadini. Queste circostanze non trovano riscontro in altre grandi città d'Italia: tra l'altro dimostrano la inesistenza di categorie benestanti e confermano la composizione prevalentemente operaia ed impiegatizia della popolazione;
5°) Il basso costo dei pasti nei ristoranti cittadini e delle consumazioni nei pubblici esercizi;
6°) Non esistono locali di svago (sale da ballo, ecc.) di media e di alta classe.

Devesi inoltre aggiungere che il commercio locale si approvvigiona in buona parte dal Nord, cioè dalle località di prevalenti produzioni industriali, sicché i costi risentono, ovviamente, delle maggiori spese derivanti dai trasporti e dai connessi oneri e rischi e degli interessi sul capitale per il maggior tempo di immobilizzo.
Né si può parlare di compensazione tra scarsi utili unitariamente conseguiti e maggiore volume di vendite - il che in definitiva aumenterebbe l’utile complessivo - per il fatto che - in conseguenza dello scarso potere di acquisto dei consumatori locali - le quantità delle merci vendute sono contenute in limiti ristretti.
Quest'ultimo fatto, congiuntamente all'altro già esaminato della contrazione dei margini unitari, porta all'accentuato abbassamento dei redditi globali derivanti dall'esercizio di attività commerciale.

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7. GLI INDICI DELLE VENDITE.

Per Taranto, infatti, si registra un indice delle vendite assai basso rispetto ad altre città, Bari compresa (Tav. II, Fig. 2).
Le massime curve che si registrano nel mese di dicembre degli anni 1946-47 per le diverse città e per l'Italia intera sono da porsi principalmente in relazione all'eccezionale massa di acquisti effettuati dalle categorie a reddito fisso a cagione della tredicesima mensilità corrisposta appunto in detto mese.
E' degno di attenta considerazione il fatto che nella curva degli indici della provincia di Taranto si è avuto nel mese di dicembre 1946 un minimo relativo: ciò che è imputabile a due ordini di motivi:

1°) Ricorrenza dei turbamenti sociali di cui si è parlato più innanzi. Questi, avendo influenzato negativamente gli acquisti alle fonti di produzione, impedirono una congrua massa di transazioni commerciali;
2°) Corresponsione frazionata della tredicesima mensilità a talune categorie di operai e di impiegati (appunto le categorie più numerose della Città di Taranto).

Viceversa, nel dicembre 1947 essendo stata la tredicesima mensilità corrisposta in unica soluzione, sia la curva degli indici delle vendite espresse in termini monetari (Tav. II, Fig. 2) sia, grosso modo, la curva analoga depurata delle variazioni dei prezzi (Tav. III, Fig. 3) ci offrono, per la provincia di Taranto massimi in senso territoriale, cioè rispetto alle curve delle altre città (Genova esclusa), ed in senso temporale.

Siffatta constatazione conferma in modo assai evidente il carattere per così dire proletario, già messo in luce, della Città di Taranto e la preponderanza decisiva della capacità di acquisto delle masse impiegatizie, nella determinazione dell'ammontare degli affari. A quest'uopo devesi rilevare che mentre la media degli indici delle vendite nel periodo gennaio-novembre 1947 effettuate nella Città di Bari supera del 65% la media degli indici delle vendite effettuate nella Città di Taranto, il rapporto fra le medie degli analoghi indici delle due città in parola si sposta in dicembre a favore della Città di Taranto.
Da questi andamenti non si hanno negli altri periodi esaminati scostamenti praticamente importanti.

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8. GLI INDICI DEI PROTESTI CAMBIARI.


Il precipitare della situazione economica della Provincia, quale, a partire dal 1938, è posta in luce dalle variazioni annuali del numero dei protesti cambiari, risulta dagli indici dei medesimi inseriti nella Tav. IV: indici che espongono precisamente la gravità della situazione economica della Città di Taranto relativamente alla Puglia ed all'Italia intera nel 1947 e nel periodo gennaio-giugno 1948.


Ad integrazione del significato proprio degli indici or ora esaminati conviene comparare gli aspetti del fenomeno 'dei protesti nelle diverse province pugliesi.
Si osserva infatti (Tav. V, Fig. 5) che nel primo semestre del 1948 il numero degli effetti protestati nella nostra provincia rappresenta circa la terza parte di quelli protestati nell'intera regione pugliese, della cui popolazione la provincia di Taranto rappresenta solo l'ottava parte. Considerazione, questa, di per se stessa molto eloquente malgrado che - se ci limitiamo al numero dei protesti e della popolazione in complesso - si prescinda dal diverso sviluppo economico delle diverse province pugliesi.
La Tav. V, illustrata graficamente dalla Fig. 5, pone quindi in luce la situazione della Provincia di Taranto rispetto alle rimanenti province pugliesi.

Inoltre, ponendo mente alla Città di Taranto, la situazione patologica della economia di questa Città rispetto al complesso della provincia jonica è attestata dalla circostanza che mentre l'ammontare della popolazione tarantina rispetto al complesso della popolazione jonica attualmente rappresenta il 40%, il complesso dell’ammontare dei protesti cambiari verificatisi tra il gennaio 1947 ed i mesi più recenti del 1948 è, per la città di Taranto, l'89% del complesso dei protesti cambiari accertati per l'intera Provincia jonica.


La patologia economica rivelata dall'andamento dei protesti cambiari è particolarmente evidente nei primi otto mesi del 1948. Se si rappresentano graficamente gli andamenti stagionali degli ammontari - rispettivamente - delle tratte non accettate, delle cambiali e degli assegni bancari in Provincia di Taranto nel corso dei ventuno mesi gennaio 1947 - settembre 1948 (Tav. VI, Fíg. 6) si può facilmente osservare che, accanto al presentarsi di cicli di oscillazione a carattere meramente temporaneo, si registra per le cambiali e per le tratte una tendenza marcatamente crescente attraverso il tempo: questa tendenza generale è segno manifesto dell'aggravarsi delle condizioni economiche della Città, essendo gli indici dei protesti cambiari giustamente considerati come rappresentativi indici semiologici.


A parte gli indici, anche i dati assoluti sono fortemente significativi: i dati numerici rappresentati nella Tav. VI attestano che nel periodo gennaio-settembre 1947 l'importo delle insolvenze relative alle cambiali e alle tratte non accettate risultò in complesso di 125 milioni di lire, mentre esso fu di 308 milioni di lire nel corrispondente periodo del 1948. Il rapporto di quest'ultimo dato a quello precedente ci dice che si è avuto tra i due detti periodi l'impressionante aumento del 150% del valore globale dei protesti e delle tratte non accettate.


E' poi rilevante la considerazione che scaturisce dall'esame dei seguenti valori medi (in migliaia di lire) degli effetti protestati in Puglia e nell'Italia intera nel 1° semestre del 1948: Taranto 21,9; Brindisi 30,9; Bari 37,5; Lecce 49,9; Foggia 58,5. Per il medesimo periodo il valore medio generale per la Puglia è di 37,5 mila lire e per la Repubblica 40,2.
Un incremento notevole si è avuto nelle insolvenze tra il 1947 e il 1948. E' davvero significativo il fatto che l'altezza delle ordinate che rappresentano il numero per classi di valore degli effetti protestati nei primi nove mesi del 1948 è maggiore e talora davvero sensibilmente - tanto più sensibilmente quanto più basso è il taglio degli effetti - delle corrispondenti ordinate che esprimono gli effetti protestati nell'intero anno 1947.

Dai dati delle Tavole VII e VIII e dai grafici che li rappresentano si trae che durante i primi nove mesi del 1948 il numero degli effetti di taglio fino a cinque mila lire costituisce il 45% dell' intero numero degli effetti passati al protesto nello stesso periodo di tempo, mentre quelli di taglio superiore a 50 mila lire ne rappresentano solo il 7%. Il prevalere degli effetti di basso taglio può ritenersi un indice di diffuso disagio che pone le categorie economiche locali in condizione di non poter nemmeno fronteggiare impegni di ammontare veramente modesto, tenuto conto dell'attuale indice di svalutazione monetaria.

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9. IL MOVIMENTO ANAGRAFICO DELLE DITTE.


La vita economica del Capoluogo accentra praticamente la vita economica dell'intera provincia e quindi gran parte delle considerazioni precedenti riguardanti la città di Taranto danno una misura della vita economica della Provincia. Poiché, peraltro, dell'intera Provincia si hanno dati davvero significativi, vale la pena di tenerne conto.


Precisamente va tenuto conto di quei dati di fatto di fondamentale importanza che sono le iscrizioni e le cancellazioni avvenute nell'anagrafe camerale: di cui il numero è rappresentato nella tavola IX e nella tavola X, rispettivamente per il complesso delle ditte e per le ditte commerciali.

Dalle Tavole IX-X e dalle corrispondenti figure si trae sinteticamente quanto segue:
a) dal 1935 al 1943 si verifica una tendenza alla diminuzione nelle costituzioni di nuove ditte e nelle cessazioni;
b) dal 1943 al 1947 il fenomeno assume, invece, aspetti completamente opposti e il numero delle iscrizioni raggiunge cifre eccezionalmente elevate.

E' davvero impressionante l'aumento verificatosi nel corso del 1947-1948, dovuto soprattutto alla eccessiva longanimità con cui le Autorità competenti hanno rilasciato licenze di esercizio. Ciò ha evidentemente contribuito ad accentuare la crisi dell'economia locale della quale si è già parlato, ove si consideri che di tali licenze hanno, nella maggior parte dei casi, beneficiato esercenti improvvisati, impreparati tecnicamente, e non di rado anche moralmente, all'esercizio delle attività professionali di scambio.
Ed invero, se si segue il fenomeno nel suo andamento mensile, deve convenirsi che alcune punte massime sono dovute ad iscrizioni di ditte che per evadere tributi e non sottostare alla disciplina commerciale precedentemente esercitavano irregolarmente la loro attività: attività che hanno dovuto successivamente regolarizzare per le annuali rinnovazioni delle licenze.

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10. LA CRISI IN ATTO: I GRAVAMI FISCALI.

Deve, poi, ritenersi che una delle cause che ha concorso in misura notevole ad aggravare la situazione economica del Capoluogo e dell'intera Provincia sia da ricercarsi nella eccessiva onerosità del carico tributario, inasprito attualmente al punto da minacciare l'esistenza stessa delle locali attività della produzione e degli scambi. Ciò è configurato da apprezzabili dati di fatto, quali sono offerti, ad esempio, dalle cifre della media bimestrale del gettito di dodici voci di imposte e tasse che l'Erario incassa dalla Provincia di Taranto; voci che per numero rappresentano solo una parte di quelle effettive.

Assunto a base l'esercizio finanziario prebellico 1938-39, si riscontra nella media bimestrale dell'esercizio 1947-48 un aumento del gettito pari a 49 volte. Nell'esercizio luglio 1948 - giugno 1949 deve prevedersi un incremento notevolmente superiore a quello del 1947-48.
Tenendo conto, infatti, del solo gettito medio dei primi due bimestri, l'aumento risulterebbe pari a ben 74 volte e il gettito complessivo, per le dodici voci considerate, alla fine del corrente anno finanziario si avrebbe in 2 miliardi e 150 milioni di lire; ma l'accrescimento sarà indubbiamente di maggiore entità, data l'accertata tendenza a un progressivo aumento del gettito bimestrale dei tributi erariali, sia in conseguenza dell'espletamento di ricorsi giacenti presso le Commissioni di contenzioso tributario, sia per il reperimento in corso di nuovi contribuenti.

I saggi anzidetti di accrescimento delle imposte e tasse (49 volte e 74 volte) non sono affatto rispondenti alle variazioni della situazione reale del reddito della nostra economia provinciale. Infatti, pur tenendo conto che l'inflazione ha operato riducendo grosso modo ad un cinquantesimo il potere d'acquisto della moneta, occorre non trascurare il fatto che il reddito reale della nostra Provincia ha subito una contrazione molto notevole, rispetto al periodo prebellico, e in ogni caso superiore a quella del reddito nell'intero Paese, annunziata dal Ministro delle Finanze in un suo recente discorso al Senato.
La riduzione del reddito medio nazionale attuale al 75% di quello prebellico porterebbe già di per se stessa, tenuto conto dell'indice di svalutazione monetaria, a considerare che il carico tributario, per essere contenuto entro limiti adeguati, avrebbe dovuto. subire un aumento di sole 37 volte.
D'altronde per l'intera massa dei tributi e nel complesso del Paese tale limite non è stato superato, in quanto le entrate dello Stato sono passate da 27, 4 miliardi di lire nell'esercizio finanziario 1938-39 a 765, 8 miliardi nell'esercizio 1947-48, con un aumento di circa ben 28 volte. E' da tener presente che il raffronto è stato fatto solo per dodici voci d'imposte, mentre l'aumento di 28 volte del gettito nazionale dei tributi riguarda il complesso delle entrate fiscali.
Ciò dimostra una errata e pericolosa politica fiscale attuata dagli organi finanziari locali.

A parte le gravi sperequazioni esistenti nelle tassazioni, la situazione lamentata colpisce una cerchia ristretta di esercenti attività economiche, in quanto il fenomeno dell'evasione è diffusissimo e favorisce la concorrenza sleale di speculatori tuttora ignorati dal fisco. Una indagine a proposito di evasione fiscale, eseguita dalla Camera di Commercio di Taranto, ha posto in luce le risultanze che seguono: nei ruoli principali e suppletivi 1a serie di R. M. per l'anno 1948 risultano iscritti:
Ditte industriali e artigianali     1.572
Ditte commerciali 2.198
Professioni varie 515
Enti collettivi 14

In complesso si hanno, quindi, 4.299 contribuenti, dei quali oltre la metà sono esclusivamente ditte commerciali. L'esiguità del numero dei contribuenti e le vaste proporzioni che assume nella nostra Provincia il fenomeno dell'evasione fiscale sono resi maggiormente evidenti dalla considerazione che le sole ditte iscritte alla locale Camera di Commercio erano al 1° gennaio 1948: 3.863 ditte industriali e artigianali; 10.207 erano ditte commerciali.
Oltremodo esigua appare la cifra dei professionisti (515) inclusi nei ruoli (compresi medici, ostetriche, veterinari, avvocati, notai, ingegneri, geometri, agronomi, rappresentanti, mediatori ed altre professioni varie), mentre anche limitatamente agli esercenti di fatto (in Provincia) libere professioni, dei quali è stato possibile accertare il numero, se ne hanno: di medici 365; di ostetriche 100; di veterinari 22; di avvocati 220. Cioè il complesso di questi soli professionisti (707) è notevolmente maggiore dell'intero complesso dì tutti i professionisti della Provincia iscritti a ruolo.

Si impone, quindi, nell'interesse della nostra economia, una urgente radicale revisione degli attuali sistemi e criteri di imposizione.
Il carico tributario va opportunamente moderato entro limiti di sostenibilità e ripartito equamente fra tutti coloro che esercitano attività economiche, comprendendovi, quindi, anche tutti quelli che - privi di qualsiasi coscienza tributaria - si sottraggono, in tutto o in parte, al pagamento delle imposte danneggiando in tal modo le sane attività commerciali e industriali e defraudando l'Erario.

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11. ALTRE CAUSE DI DEPRESSIONE.

Queste nostre considerazioni non sembrino esagerate.
I commercianti, vittime di uno stato di cose comune a tutti i settori economici, hanno poi motivi particolari di lagnanza che, in breve, si possono sintetizzare nei punti seguenti:
- la sleale concorrenza di Enti extracommerciali (Cooperative, CRAL, ENAL, Consorzi Agrari, ecc.) i quali godono di privilegi finanziari e di altra natura non condivisi dai privati commercianti;
- il disordine nel campo delle licenze di commercio, il quale fa sì che da, una parte la categoria sia inflazionata da una gran massa di licenze rilasciate senza alcun criterio e che dall'altra pullulino gli ambulanti e i clandestini privi di permessi e che quindi sfuggono ai controlli di polizia e di igiene, e agli oneri fiscali;
- l'invadenza di ditte forestiere che in larga parte vendono senza le prescritte autorizzazioni;
- l'imperfetto sistema fiscale, apportatore di sperequazione (in particolare a proposito dell'imposta di R. M., categoria B e della imposta generale sull'entrata la quale, colpendo ad ogni passaggio gran parte delle merci, favorisce le grandi aziende).

Particolari lagnanze verso il fisco si giustificano da parte dei commercianti tarantini. Essi sono gravati, oltrecché dai tributi esaminati, da molteplici ed onerosi tributi locali e previdenziali; e l'aggravio si fa specialmente sentire attualmente per l'avverso andamento stagionale dell'agricoltura (che riduce il potere di acquisto delle classi agricole nei prodotti industriali dei quali essi sì provvedono nel capoluogo).
Altri fattori che nel 1948 hanno influito a rendere precaria la situazione economica di Taranto sono: le vendite U.N.R.R.A., per le quali si sono avute 98.632 prenotazioni, il rilevante numero di disoccupati (17.351 al 31 luglio 1948) e in questi ultimi mesi la crisi dei Cantieri Navali e di tutta l'industria cittadina che, oltre a privare i commercianti delle vendite, li ha messi in condizione di esercitare su vasta scala il credito agli operai.
I ceti commerciali si vengono, poi, sempre meno avvantaggiando del movimento che un tempo era cagionato dalla permanenza della Marina nel nostro porto, in quanto la Marina è venuta creando propri spacci di vendita, propri locali di ritrovo e di svago (circoli, cinematografi, ecc.). Onde i benefici della ridotta presenza della medesima nel nostro porto si fanno sempre meno sentire, se pure di benefici si può oggi parlare.

Rimarrebbe l’interrogativo se questa circostanza sia imputabile a fatti di carattere generale congiunturale o a fatti sistematici. Le precedenti considerazioni a parer nostro starebbero a legittimare la duplice ipotesi, anzi la concordanza delle ipotesi che le minori variazioni positive dell'ammontare delle vendite della Città di Taranto pur dopo la presunta ripresa postbellica siano da imputare a due ordini di fatti: e cioè ad un complesso di cause ereditarie connesse alla naturale povertà dell'ambiente derivanti dal convogliamento dell'attività della popolazione attiva verso un unico settore che ha, più di qualsiasi altro, risentito delle tristi conseguenze della guerra (qual'è precisamente il settore delle industrie navalmeccaniche lavoranti per la Marina Militare) e della congiuntura economica in parte stagionale e in parte di più lungo periodo derivante in misura rilevante dalla politica fiscale.
Gli indici economici dei quali se pure sommariamente ci siamo occupati, come molti altri indici economici che si potrebbero costruire, attestano chiaramente che, tra le aree cosiddette depresse del Mezzogiorno d'Italia, un posto purtroppo assai importante spetta alla Città di Taranto.

    Taranto, 10 novembre 1948

NICOLA D'AMMACCO    


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Nicola d'Ammacco